Lo sdramma della vita moderna

Pare che un giorno Pasolini abbia detto (pressappoco) : « Sdrammatizzare è un concetto borghese ». Che lo abbia detto davvero oppure no, non posso non sottolineare la splendida verità di un’affermazione simile.

Definizione

Sdrammatizzare è diventata l’ossessione dei nostri giorni. Dacché a scuola non ci insegnano quasi più ad affermarci o prenderci reponsabilità, nessuno vuole prendere il coraggio di affermare sé stesso, o una sitazione, o un’opinione, o un gesto come pure un abito o anche solo una borsetta drammatica.

La drammatica borsetta di Madama Reale (Maria Cristina di Savoia) in veste di Minerva, di Charles Dauphin, 1650 ca. Un perfetto esempio di donna drammatica senza nessuna ritrosia nel mostrarlo.

Che cosa definiamo drammatico, in questi casi ? Tutto ciò che non si nasconde dietro una facciata di carineria, di facilità, di easy, di trendy, a volte pure di equo-e-solidale. Sorridere è, a volte, un atto intensamente scemo. E tuttavia con un sorriso ci si leva da molte situazioni imbarazzanti, si sguscia via dalla paura di non essere all’altezza, allontanando il temibile giudizio altrui.
Nella moda il discorso è praticamente lo stesso, dacché è risaputo che la superificie è messa là per nascondere e rivelare allo stesso tempo tutto il resto. Sdrammatizzare è rendere le cose easy, facili, di modo da non doverci pensare su, di modo da poter passare sempre inosservato/a, con una sneakers e un sorriso complice. Con un lol, insomma.

Il “lol” del cardinale de Bernis, incurante della tragedia opulenta che si consuma sulle proprie spalle. 1770-80 ca, di anonimo.

  Storia

Il Dramma è invece un prodotto nobile, antico. Prima del Dramma c’era addirittura la Tragedia, figuratevi un po’: la Tragedia non ammette errori, non ammette capriccetti, ma giudica e condanna. Il Barocco è Tragedia, il Manierismo è Dramma, il Rococò fa soffrire.
La corte di Maria de’ Medici o di Luigi XIV (per esempio) erano intensamente drammatiche. I loro bottoni ricoperti di diamanti erano drammatici, i loro velluti, le loro parrucche, i tacchi rossi, le pelliccie, i pizzi e i ricami d’oro erano tragici. Poi, venne la borghesia : si volle sdrammatizzare il tutto togliendo il divertimento a tutti. E si creò così la satira, la battutina, il borghese gentiluomo, la locandiera, levando i pizzi dalle camicie e la cipria dalle parrucche. Sdrammatizzando drammaticamente.

Cornelio van Haarlem ci dimostra come anche una semplice caccia alle farfalle possa diventare drammatica. (La caduta dei titani, 1590).

All’epoca dei Padri, la corte era composta da persone che non avevano bisogno di presentarsi tanto i loro cognomi erano sufficienti. Per accentuare il lignaggio, lustrare il pedigree, mostrare il potere ci si ricopriva di Dramma ed anzi, si aveva perfino l’encomiabile tendenza a drammatizzare il superfluo.
Ma dopo i Padri vennero gli storpi, i reietti, i borghesi: la corte si riempiva di anonimi e gli usi andarono a modificarsi per far sì che ciascuno di loro fosse presentabile quanto il vicino. Tutti vestiti di nero, tutti con lo stesso cilindro, tutti con lo stesso solino. Tra una fetta di salame e un bicchiere di rosso, si chiaccherava di titoli (in borsa) e d’azioni (non cavalleresche), sdrammatizzando la cosa con passione.

La paura

Lo sdramma viene anche dalla paura di sbagliare. La borghesia ha inventato quelle regole di bon-ton di cui oggi pretende ridere, sdrammatizzandone le deviazioni, anzi trovando carini gli strappi alla regola che diventano la regola. Lo sdramma ci rassicura dicendoci che va bene così, dài, insomma. 😉

Suvvia, non ti abbacchiare, non è così grave. (Guido Cagnacci, Maddalena penitente, 1627).

Le ragazze che oggi non possono più portare un abito lungo senza metterci sotto un legging o un « giacchino » di jeans (perfino la parola « giacchino » è sintomatica, in quanto sdrammatizzazione della parola giacca) rappresentano benissimo lo sdramma contemporaneo. E che dire della pinocchiesca voglia di scherzare che hanno certi elegantoni in completo blu e scarpe da ginnastica ? Così, per sdrammatizzare. Le grandi marche d’abbigliamento popolari come Zara o Mango provano ogni tanto a inscenare autentici drammi, ma le signorine non ce la fanno : devono sdrammatizzare. Con la pelliccia mettici il jeans sdrucito, con l’abito di voile ricamato mettici il boot da motociclista, e se proprio vuoi andare a mangiare la pizza in lungo metti le ballerine. Le nostre strade si riempiono di grigie « vorrei ma non posso », pullulano di tristi « Bello sì, ma non è per tutti », vomitano patetiche « Lo so che è un po’ eccentrico, ma io sono un po’ la pazzerella del gruppo ».

Un copriletto troppo colorato da sdrammatizzare al più presto. (Francesco Cairo, Erodiade, 1635 ca.)

Lo sdramma del nude

Lo sdramma è ufficiale e non ammette errori. Non si scherza con lo sdramma. La prova è che anche le riviste ci si mettono, con consigli simpaticissimi su come sdrammatizzare una mise, su come riderci su « provocando » (ma con tanto pudore). Perfino le rubriche di maquillage sentenziano che se metti l’ombretto è meglio non mettere il rossetto, e viceversa. Che se ti metti il mascara non mettere il fard. Si inventa così il genere makeup nude, una maniera di sdrammatizzare il fancazzismo.

Lo sdramma alleggerisce le nostre ragazze di un peso : quello dei segnali esteriori della donna eccentrica, elegante, raffinata, o anche soltanto particolare. La difficoltà di essere unici andando a volte contro l’opinione degli altri è risolta dalla sdrammatizzatura, la quale diventa non solo una scusa ma anche una regola di vita per i più integralisti: si tenta di sdrammatizzare in tutto : nelle relazioni, sul lavoro, nel considerare il prossimo come sé stesso. I militanti dello sdramma della vita moderna sono rompiballe tanto quanto i vegani.

Lo sdramma delle rivisite

Lo sdramma finisce per assecondare trends che non accusano una sola ruga: la donna rock, la donna hippy-chic, la donna “acqua e sapone”… tipi di donne che vediamo ogni mese sulle copertine di Grazia, Cosmopolitan, Donna Moderna da almeno trent’anni. Le attrici, modelli d’eleganza contemporanei, danno l’esempio giocando anche loro sullo sdramma e mentendo pedissequamente sulla loro situazione sociale: « Beh si, nel film mi vedete così e così, ma in realtà vi assicuro che nella vita di tutti i giorni sono una ragazza normale, potrei essere la vostra vicina di casa… ». Marlène Dietrich si rivolta nella tomba, Pina Menichelli grida vendetta al cospetto di Dio.

Pina Menichelli in un tentativo fallito di sdrammatizzare la sua petite robe noire.

Gustav Frolich dimostra quando il dramma della Menichelli sia seducente, mettendosi (anche lui) in posa drammatica. (Immagine tratta da Metropolis, di Fritz Lang).

Finale

Amici uomini, fate attenzione! Lo sdramma mantiene le vostre ragazze in uno stato di semi-invalidità permanente. Hanno paura di mostrare sé stesse, perché mostrare personalità o carattere (anche attraverso il guardaroba) è diventato non solo out, ma addirittura pericoloso. Quante volte ho sentito frasi come « Ah, che spettacolo quell’abito ! Peccato che non ho occasioni per indossarlo », «Ma non hai paura di uscire conciata così?». Spersonalizzarsi chiocciando non è solo moda, è legge. Si finisce così per contrariare quel femminismo intensamente drammatico che faceva lo charme delle discotecare negli anni Settanta. Lo sdramma fa regredire le donne allo stato di ragazzine minorenni: private delle capacità d’intendere e di volere, finiscono per compiacersi del proprio vittimismo, e trovano più easy incriminare i loro stupratori con degli hashtag anziché rivolgersi alla polizia.

 

Nicolò dell’Abate, Il ratto di Prosepina, 1570ca.

 

Lorenzo Lippi, Allegoria della simulazione, 1642.

 

 

Scene che non si vedono più in giro. Goltzius, La caduta d’Ixione, 1588).

 

Una morte intensamente drammatica.

Test: provate a sdrammatizzare il massacro degli innocenti di Rubens, 1638.

Quando il barocco si ribella, nella maniera che gli è propria (drammaticamente) agli sdrammatizzatori della vita moderna – qui riconoscibili dal look basic streetwear di Calvin Klein – gli effetti possono risultare imprevedibili. (Domenichino, Martirio di San Pietro, 1621).

 

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